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Nella locanda «Al Buon Corsiero» si preparano i festeggiamenti per il matrimonio della figlia del proprietario, Mirandolina, quando arriva inaspettata una giovane Marchesa diretta a Parma e, poco dopo, un misterioso Funambolo che deve esibirsi nella piazza del paese camminando sul filo. Alla presenza di quest’uomo quasi diabolico ogni cosa non è più la stessa, il tempo sembra fermarsi, il silenzio prende il sopravvento e tutto appare diverso e stupefacente agli occhi di chi l’osserva. Il Settecento di Silvio D’Arzo è un’isola inesplorata sospesa al centro dell’Emilia, nata dall’immaginazione letteraria di un altro «lettore di provincia» e caratterizzata da un’atmosfera trasognata e lunare, tra Stevenson e Goldoni, tra la Ferrara metafisica dei dipinti di De Chirico, De Pisis e Carrà e quella delle pagine di Savinio e di Govoni, sotto l’incanto e la suggestione dello stile barocco di Tommaso Landolfi. Ne risulta un romanzo tutto teatrale, fatto di quinte in cartapesta, fondali lirici e sognanti, maschere e personaggi stilizzati, pagine musicali e levigate, tutte artificio e leziosità attraverso le quali uno scrittore non ancora ventenne prova a raccontare l’angoscia della propria indicibile adolescenza, fatta di pudore e di senso di colpa, ma anche di fiducia e di speranza nella letteratura.
Ad accorgersi che due carrozze, gentilizia l’una e trainata da due cavalli neri, più vasta ed alta, tanto da ricordare un po’ la diligenza, la seconda, avanzavano pacatamente per la strada, lungo i fossi, probabilmente dirette al “Buon Corsiero”, fu uno staffiere della locanda stessa. Aveva appena liberato un morello dalle briglie, che era allora giunto spossato alla locanda portando un ufficiale doganiere, e già stava per condurre la bestia nella stalla, quando gli parve di avvertire un tintinnio di campanelli in lontananza. Lo scalpitio seppure pacato e stanco della bestia sopra le pietre erbose del cortile gli impedì sul momento di accertarsene: e già stava per dimenticarsi del tutto degli squilli portati dalla prim’aria serale fino a lui, quando questi gli giunsero di nuovo, se non più nitidi e precisi, in modo tale che non poté più dubitarne. Attraversato allora di nuovo tutto il cortile, dove Lauretta, Mirandolina e altre ragazze cominciavano già ad aggirarsi con i vassoi e le stoviglie in mezzo ai tavoli, si portò nuovamente sul cancello e vide che le due carrozze, oltrepassato il Convento delle Educande di Maria, si dirigevano appunto alla locanda.
Silvio D’Arzo, uno dei molti pseudonimi scelti da Ezio Comparoni (nato nel 1920 e morto nel 1952 a Reggio Emilia) deriva dall’aggettivo arzan che in dialetto significa appunto reggiano. E dalla provincia emiliana, infatti, il giovane scrittore non si spostò mai, se non brevemente per studiare all’università di Bologna e per fare il militare. Quindicenne pubblicò a sue spese una plaquette di diciassette poesie, Luci e penombre, e una raccolta di sette racconti, Maschere, cui seguirono, nel corso degli anni Quaranta, altri racconti e saggi letterari apparsi su alcune delle riviste più importanti del tempo. La maggior parte delle sue pagine rimase inedita fino dopo la morte. Casa d’altri, il romanzo breve per cui D’Arzo è per lo più conosciuto, uscì postumo nel 1952 sulla rivista «Botteghe oscure» e in volume l’anno seguente presso Sansoni; ora è riproposto nel catalogo di questa casa editrice, così come Contea inglese. Autoritratto dello scrittore da lettore e Il pinguino senza frac (con le illustrazioni di Sonia Maria Luce Possentini – premio The White Ravens 2016).
anno: 2020
pagine: 132
formato: 14x21cm
ISBN: 978-88-32116-48-9