i cataloghi
Pietro Masturzo
La terra promessa dei Goldburt
Anno: 2016
Pagine: 72
Genere: fotografia
Dettaglio formato: 24,5x28,5 cm
ISBN: 978-88-98420-54-4
Prezzo: 25,00 €
A cura di: Flavio Arensi

La vita dei Goldburt scorre lenta e precaria divisa tra preghiera, meditazione e piccole incombenze quotidiane… S’ispirano al colonialismo sionista dei primi del Novecento: hanno trovato la loro terra promessa e pretendono di vivere in pace in una delle aree più conflittuali del pianeta, dove pace è solo una parola che non sa più farsi realtà.

Pietro Masturzo 
Napoli,1980) è un fotografo documentarista, il cui lavoro si concentra su tematiche socio-politiche. Ha ricevuto diversi riconoscimenti internazionali, tra cui il prestigioso World Press Photo Picture of the Year, nel 2010, per il suo reportage in Iran. Sue fotografie sono apparse su quotidiani e periodici italiani e stanieri.

«In questo quadro di fragili prospettive e relazioni, Pietro Masturzo racconta le vicende famigliari di chi — in fondo — potremmo guardare anche con una certa ammirazione, al netto delle discordanza, perché ne riconosciamo l’eroica adesione a uno schema tanto seduttivo da lasciarci appiccicato addosso il fascino di una ricerca dell’assoluto. Un assoluto da catechismo e mediato da secoli di superfetazioni ideologiche e religiose, tuttavia ricco di una bellezza (magari malata) che pone dinnanzi a ciascuno il desiderio di afferrare in qualche modo un brandello di mistero; che mistero rimane a prescindere dalle preghiere e dai salmi recitati. Cercare, insomma, la pace dell’anima nel mezzo di una ferita sanguinante, come se la situazione interiore di calma apparente, o almeno una sua presunta stasi, possa cancellare il fragore dei morti, del dolore che s’accalca in quelle parti. Non verrebbe forse spontaneo ritenere che uomini in pace con se stessi possano/debbano rinnegare ogni forma di conflitto? Perché può emergere il sospetto che questi coloni, che Gedalia Goldburt abbia lasciato il suo passato laico negli Stati Uniti per abbracciare un credo tagliato a sua misura, dopo aver considerato una via di liberazione che in definitiva lo ha trasformato in uno dei meccanismi a uso e consumo dell’affaire governativo assecondando uno status per i propri interessi. Sfruttatore e a sua volta sfruttato in una catena di opportunismi che lega piuttosto di emancipare. 
In tutto ciò Masturzo sceglie di riferire una minima vicenda personale, di raffrontarsi con la biografia di un altro essere umano, entrare negli ambiti chiusi e vitali di una comunità che ha accettato il rischio della morte pur di intraprendere un’occasione mistica, vivendo l’essenziale delle cose per raggiungere il profondo della propria credenza. […] Le lamiere della casa, i copertoni, la capra, non sono la testimonianza di un’indigenza, di un contesto svilito ai limiti dell’urbanizzazione, come nelle favelas, sono invece la relazione di possesso di una teologia portata a sistema, contro qualsiasi enunciato internazionale. Paradossalmente, essi esercitano ancor più le pretese dell’ortodossia rispetto ai momenti di pratica liturgica, dove tutto torna a un significato più personale e interiore, perché sono il proclama di una missione. Masturzo, inoltre, tratta questi momenti di preghiera con un distacco riguardoso, lasciando intendere che dalla recita delle orazioni alla rasatura, al raccoglimento della famiglia, ogni gesto presuppone una scelta devozionale o persino di scampo da qualcosa ritenuto insufficiente, eppure non si scampa da inevitabili sacrifici. In questa atmosfera di obbedienza alla Bibbia il paesaggio si integra con la solennità dei silenzi, dei campi dilatati, membro primario delle vicende umane. Non è dunque un caso se Masturzo inizi il portfolio con la piccola strada sterrata che conduce all’insediamento, poiché quel cancello d’ingresso è il varco di una cognizione. Se ogni foto vale di per sé nel suo significato, il lavoro nel suo insieme è uno storyboard pianificato su tre registri complementari: gli interni domestici che sono un close up sulle relazioni intime, fra uomini e fra uomo e divinità, quindi gli esterni in cui la casa è al centro delle azioni, sfiorando il senso della pietra del sogno di Giacobbe, poi il “luogo terribile” pervaso da Dio (Betel), con le immagini larghe che lo presentano nella sua vastità; questo “luogo” è nondimeno una conquista, un’ingiuria, uno strumento di mediazione fra le parti ed è tanto “umanamente” terribile perché non trova soluzione di concordia. Masturzo si aggira in questi frangenti come il regista che accompagna l’osservatore, conferendo una visione d’insieme senza spingere verso una morale o un’analisi predefinita, anzi permette una lettura aperta da cui sorgono più domande che risposte. Istanze che ci richiedono uno sforzo di imparzialità e di simpatia, forse persino di immedesimazione, pur con tutti i rifiuti che possono stimolare. Perché fare questa vita? Perché costringere dei bambini a vivere nelle difficoltà di un ambiente circondato da asprezze di lotta? Perché addentrarsi in una dimensione tanto chiusa della religiosità? Perché accettare di essere una pedina sullo scacchiere dei politicanti?
Resistono poi dei momenti di grande tenerezza, come il parto solitario e sperduto, il bagno rituale, Odessa vestita da sposa, minuta e così bella, Yisrael Lev che gioca sullo scheletro di una futura capanna sudatoria, concessione a una rigidità fideistica che apre alla cultura dei nativi americani. Del resto, la setta dei Na-Nach, nata negli anni Settanta, è famosa per i balli tecno che sono una declinazione della tradizione salmodica dell’ebraismo e che tuttavia possono apparire una deroga alla rigidità dei canoni dei primordi. Masturzo, che appartiene a quella generazione ideale del World Press Photo (peraltro vinto) stabilisce nell’indagine del mondo il carattere saliente, assumendone le sorti in chiave empatica, tuttavia senza trasbordare nel patetismo o nella furbizia, né drammatizza mai i contrasti. Se l’avvio del suo viaggio principia da un cancello in legno perso fra le colline della Cisgiordania, il termine è la notte densa che avvolge l’edificio dei Goldburt, con le luci dei compound militari a rischiarare lo sfondo e il brillare delle finestre tenute in piedi dalle lamiere. Si resta dunque in una trascrizione non solo politica o sociale della realtà, ma di poesia emotiva che addolcisce le tensioni e realizza con sorprendente schiettezza quanto ogni essere vivente valga l’incontro, soprattutto quando emerge il desiderio di ribellarsi a uno stato costrittivo. Questa realtà feroce e tremenda che si abbraccia, questa verità personale che può anche ferire gli altri, ha di per sé un valore assoluto che esige rispetto e ci interpella su quanto proprio questa stessa realtà e questa stessa verità siano, in ultima battuta, solo uno schema mentale difforme da altrettante verità e realtà.»

Flavio Arensi 



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