i cataloghi
Tre cene per un sipario con Davide Benati, Giuliano Della Casa, Omar Galliani
Anno: 2015
Pagine: 70
Formato: 30x30 cm
ISBN: 978-88-98420-40-7
Prezzo: 50,00 €

testi di Martina Liverani, Franco Nasi e Gino Ruozzi

Questo volume viene pubblicato in occasione dello svolgimento delle tre cene per un sipario, realizzate nel mese di novembre 2015 allo scopo di contribuire alla raccolta di fondi da destinarsi al restauro del sipario del teatro Ariosto di Reggio Emilia. Il grande sipario, che raffigura Ludovico Ariosto intento a leggere il suo poema a un gruppo di umanisti, artisti e personaggi illustri, nel giardino della sua casa al Mauriziano, è stato realizzato nel 1927 dal pittore reggiano Anselmo Govi, al quale si deve anche la decorazione della volta del teatro.

A conclusione di importanti lavori di ristrutturazione, il teatro Ariosto riaprirà nel corso del 2016, presentando al pubblico anche il suo storico sipario.
Le tre cene, che nascono da un’idea di Marta in Cucina, vedono le opere pittoriche appositamente create da tre artisti trasformarsi in portate reali di una cena immaginata. 
Il ricavato della vendita di questo volume, delle tre cene che ne accompagnano l’uscita e della vendita delle dodici opere che quelle cene hanno ispirato andrà integralmente a sostenere il recupero del sipario, curato dal Laboratorio R.T. Restauro Tessile di Albinea, sotto l’egida della Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici di Modena e Reggio Emilia.

Era l’estate del 1990 e l’Olanda festeggiava il centenario della morte di Vincent Van Gogh con due grandi mostre. Avevo otto anni e quel viaggio fu memorabile come memorabili sono tutte le “prime volte” per un bambino. La prima volta in un paese dove le biciclette frenano pedalando al contrario, la prima volta in una città dove alle undici di sera c’è ancora il sole, la prima volta in cui nemmeno i miei genitori erano in grado di leggere i cartelli stradali, e quindi la prima volta in cui ho imparato che non è vero che i genitori sanno sempre tutto. 
Non so dire esattamente cosa fra tutto questo mi colpì di più, ma di ritorno a scuola dopo quell’estate presentai per un compito di disegno la mia personale versione della camera di Vincent. L’interno ospitava non più il suo letto, ma solo sedie e tavoli ornati con minuscoli vasi di iris blu. Dato che i miei genitori, verso i quali ormai nutrivo più di un dubbio, non capirono subito di cosa si trattasse, da incompresa e moderna Saint–Exupéry, corredai il disegno di una descrizione dettagliata del progetto. Si trattava di un ristorante, del mio ristorante, che, anziché ad Arles, sarebbe dovuto sorgere in un casolare dismesso davanti al quale fermavamo ogni giorno, aspettando che scattasse il verde, sulla strada che da Scandiano portava a Reggio Emilia. Ma l’arredamento non era il solo riferimento a Van Gogh. Anche i piatti del menu avrebbero dovuto richiamare i colori e le pennellate grasse e materiche delle tele conosciute quell’estate. Superfluo dire che quel disegno di così scarso successo, e il progetto con lui, finirono in un cassetto come spesso accade ai sogni strampalati dei bambini.
Arrivò l’inverno del 2002, era quasi Natale e io, appena diplomata, convivevo senza particolari entusiasmi con i miei genitori interrogandomi su cosa fare da grande. Fu in una di quelle giornate che mio padre mi porse «Il Venerdì di Repubblica» con la copertina ripiegata su se stessa, indicando col dito. L’articolo titolava Le gusta gustarlo alla Van Gogh?.
Saltò fuori che un ristorante di Vicenza, in occasione di una mostra alla Casa dei Carraresi a Treviso, offriva un pacchetto che comprendeva la visita alla mostra e una cena dal titolo A cena con Vincent il cui menu era ispirato ai colori delle opere dell’artista.
Ancora una volta non so se quello che mi colpì fu che qualcuno avesse aperto quel cassetto dimenticato e avesse trafugato il sogno di una bambina di otto anni facendola franca o il fatto che mio padre si fosse ricordato del mio disegno che più di dieci anni prima aveva accolto con così poca apparente considerazione.
«Come minimo vale la pena andare a vedere» mi disse.
Fu così che ebbe inizio questa storia. Mio padre recuperò con una sola frase la mia fiducia, che aveva perduto per non saper parlare l’olandese; e un’idea uscita da un cassetto era pronta a prendere una nuova forma.
Quello che è accaduto nei tredici anni successivi nelle nostre vite personali e professionali, insieme alla generale e crescente attenzione nei confronti della cucina e del suo rapporto dialogico con l’arte — e con le arti — hanno gettato le basi per il progetto di Tre cene per un sipario
Di nuovo mio padre e di nuovo io, poco più che trentenne, cuoca. Ancora un dialogo tra di noi e la notizia del restauro del teatro Ariosto, la storia di un sipario e la sensazione di poter trasformare in un contributo concreto quel dialogo, tra le arti stavolta, fino a quel momento solo immaginato. 
Il gesto artistico di tre maestri dell’arte avrebbe dato vita alle quattro portate di una loro cena ideale e la trasposizione della loro idea in linee e colori sarebbe stata a sua volta tradotta in altrettanti piatti e cene.
Il frutto di questa concatenazione di pensieri e gesti sarebbe andato ben oltre (trans ducere significa appunto “condurre al di là”) la somma delle singole parti. L’arte avrebbe salvato l’arte.
Ma il percorso di scambio con gli artisti, sia sul piano personale sia su quello tecnico, mi ha messa immediatamente di fronte a una serie di domande. Il cibo e l’arte possono condividere un linguaggio? Le tecniche pittoriche e quelle di cucina possono convivere? Quel colore o quella consistenza possono prender forma in sapori e combinazioni commestibili? Ma soprattutto, la traduzione sarebbe stata fedele? Avrebbe colto e reso il significato di cui i disegni erano portatori?
Durante uno dei nostri incontri Davide Benati mi ha dato questa risposta: «Il disegno è come uno spartito. Ogni musicista lo interpreta seguendo le indicazioni che il compositore ha annotato a margine». 
Questo è dunque ciò che ho tentato di fare. Raccogliere quelle indicazioni e cucinare gli spartiti. Ecco le mie tre cene.
Il cibo dell’infanzia di Davide Benati si nutre del racconto dei piatti della sua famiglia, nati ogni domenica dalle mani della nonna: il gesto di grattare ciò che resta attaccato alla casseruola dopo la cottura del riso nel latte e il tacchino che diventa etnico tra le mani dello chef di casa.
La cena dei golosi di Giuliano Della Casa è il piatto che conosci a memoria, ma di cui non ne hai mai abbastanza; è quello che non ti cucina più nessuno ma daresti tutto per poterlo assaporare ancora una volta.
Il menu di viaggio di Omar Galliani da sfogliare come un taccuino di viaggio consunto che hai portato con te in Oriente, eterno Marco Polo, dalle cui pagine cadono petali di fiori colti e messi a seccare per fermare il tempo.»

Marta Scalabrini

 



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