i cataloghi
Wal
Giochi e misteri di lago / Lake games and mysteries
Anno: 2015
Pagine: 64
Genere: arte, scultura
Formato: 21,5x27,5 cm
ISBN: 978-88-98420-33-9
Prezzo: 30,00 €

I laghi, nella loro ravvicinata compenetrazione di terra, acqua e cielo, sono da sempre un ambiente fertile per la nascita e lo sviluppo di leggende, miti, misteri: ad ogni lago la tradizione associa un qualche racconto, che vide la presenza, in un tempo lontano, di ninfe e sirene, regine e cavalieri, animali e mostri di varia natura. L’idillio di Stresa, con il suo perenne incanto delle acque e delle montagne, della vegetazione che sembra potere valicare i rigidi confini delle stagioni, delle ville intrise di storia, delle memorie, che ovunque affiorano, di aristocratici, artisti e letterati che qui si insediarono o soggiornarono per un qualche tempo, non poteva essere infranto da qualche presenza incongrua: le sculture di Wal, collocate sul lungolago e all’interno della città, si inseriscono in questo ambiente magico, esaltandone la grazia e accentuandone l’atmosfera di un tempo che qui pare sospeso. Le opere dell’artista, attraverso la giocosa, ironica fusione di forme e colori (qui profusi con meno dovizia del solito), ci fanno inoltrare in un mondo dominato dall’immaginazione, dal sogno a occhi aperti, dalla capacità di stupirsi – il retaggio di un’infanzia perduta, di quel sentimento di cui parlava Elémire Zolla nel suo Lo stupore infantile: lo stato di primordiale stupore e di fantasia, che si nutre del desiderio di conoscere i segreti del mondo e di immaginare un universo che esiste appena si varca la soglia del reale, la condizione che ciascuno di noi ha conosciuto in una fase della prima infanzia, “premessa gloriosa e tradita dell’esistenza”.
Che cosa ha preparato, per questa esposizione di Stresa, Wal, lavorando intensamente per mesi nella sua casa natale, che è, insieme, atelier e abitazione, e che sorge là dove la pianura si sfinisce e si fa collina, nel piccolo borgo di Roncolo di Quattro Castella? Ha innanzitutto, in relazione all’ambiente lacustre e forse anche alle vicende degli ultimi anni, tuttora di un’attualità che non pare conoscere sosta o fine, concepito e realizzato una nave stretta e lunga, stracolma dei suoi bambini paffuti e di qualche gatto pacioso – uno dei quali tiene sulla punta del naso, come le foche ammaestrate dei circhi, un mappamondo colorato, in un gioco di destrezza che contrasta con l’apparente sospensione del tempo che ovunque aleggia –, con altri putti che emergono, per metà del busto, dall’acqua. Sorprende, ma non troppo, che putti e gatti scrutino il cielo, alla ricerca di qualcosa che è ignoto a noi ma forse anche a loro stessi, e guardino con occhi dalle fessure appena accennate, quasi che per una mutazione genetica, o per una simbolica atrofia dovuta allo scarso utilizzo dell’organo, ne fossero ormai sprovvisti. 
Ecco allora che questa nave assume un duplice, ambivalente significato: quello di una sorta di salvifica “arca di Noè”, che naviga tranquilla come un’imbarcazione da crociera, nonostante palesemente troppi siano i suoi passeggeri – metafora dell’affollamento e del vivere nelle nostre città, in cui peraltro nessuno conosce il proprio vicino, che finisce per essergli indifferente –, oppure quello di una nave che, con apparente tranquillità, è impegnata a raccogliere e trarre in salvo misteriosi naufraghi (se la mente va alle tragiche vicende mediterranee degli ultimi anni), alcuni dei quali sono ancora in acqua, e paiono, più che in pericolo, colti durante l’abbandono di una vacanza termale. Forse, la ragione profonda di questa ambivalenza, che pervade tutta l’opera di Wal, è che anche il tragico – che magari assume le sembianze di quel quotidiano “tragico tascabile" di cui parla Guido Ceronetti nel suo recentissimo libro – si muta sempre in ironia e sovvertimento delle convenzioni, come se lui portasse occhiali che sconvolgono il modo di vedere e ci restituiscono una verità più profonda. Oppure, probabilmente perché Wal ha appreso la lezione della vita ed è ormai consapevole, per dirla con Czesław Miłosz, che “l’ironia sa che il mondo è tragico e triste”.
Del resto, anche quando rivisita un frammento della storia dell’arte – ad esempio, la lepre di Dürer –, Wal non può fare a meno di issarvi sulla schiena un putto cavaliere, in una sorta di straniamento e di rovesciamento di ogni nostra aspettativa, come se fossimo precipitati nel mondo di Alice nel paese delle meraviglie. Ma proseguiamo nella nostra ricognizione. 
Al peculiare ambiente di Stresa è legata anche un’altra opera intrisa d’ironia: i tre gatti seduti su "fumaioli" all’interno di una barca che si rivela nient’altro che una tinozza per fare il bagno, una “bagnarola”. Il gatto, forse l’animale più amato e raffigurato da Wal, sia nelle sculture sia nei dipinti in cui lui s’abbandona al fascino e all’esplosione dei colori, ritorna in altre opere: ce n’è uno pensoso, seduto su sghembe scatole, sovrapposte in precario equilibrio, intento, mentre scruta il lago, a meditare sui misteri e sui destini dell’esistenza; eccone poi un altro, icona simbolica che fuoriesce per metà del corpo dalla parte superiore di un antico muro – la stessa angusta sorte è riservata a un putto, che se ne sta su una sfera… Putti sono disseminati ovunque in questa esposizione all’aperto a Stresa: un paio di loro si sono issati su grandi uova – uno innalza una sorta di cerbottana verso il cielo e l’altro è intento a suonare un contrabbasso –; altri se ne stanno in equilibrio su una sfera, oppure su una piccola palla che a sua volta insiste su una grande sfera gialla; un altro è seduto, meditabondo come i gatti cha abbiamo citato, su una struttura metallica. Alcuni putti sono sorpresi in operazioni di destrezza: un ginnasta se ne sta su una struttura metallica, in solitudine, o assieme a una palla; un putto funambolo sta facendo un esercizio circense con una palla rossa fatta girare dai suoi piedi, mentre pare impegnato nel salto con l’asta su una inverosimile struttura; un altro distende e si sgranchisce le membra, come fanno i gatti, su un pianoforte; tre putti s’incastrano l’uno nell’altro nei loro giochi che, nonostante il loro presunto peso corporeo, paiono sfuggire alla forza di gravità. I putti sono una sinfonia e un’esaltazione della linea curva: le guance, il viso “rotondo come la luna piena”, i glutei e le rotondità che da ogni parte del corpo affiorano e debordano, la stessa forma delle braccia e delle gambe sempre ben tornite, le mani e i piedi, i riccioli che incorniciano la testa, gli oggetti (sfere e palle) cui loro s’accompagnano. Soltanto in apparenza siamo di fronte a visioni giocose e spensierate; in realtà, come già abbiamo detto, l’artista smuove il nostro immaginario, avendo disseminato nelle sue opere enigmi che riguardano sia la forma delle cose che il senso dell’esistenza. 
Wal, in tutte le sue sculture, utilizza e ricicla, come supporti o elementi decorativi, oggetti o loro frammenti, anche “poveri” (vecchie piastrelle di ceramica colorata rotte e poi ricomposte in sfarzose fantasie decorative, gambe di tavoli o di altre strutture, carte geografiche appallottolate), o fa proprie forme dell’artigianato (i piedi a zampa d’animale che improbabilmente sorreggono le sue creazioni). 
A Stresa troviamo dei putti colti mentre viaggiano, su una sorta di sidecar issato su una struttura palesemente ottenuta con cassette di plastica per bottiglie d’acqua minerale, e una forma che ricorda la mongolfiera, sulla cui sommità se ne sta un putto contemplante – e in questo luogo c’è in verità tanto su cui soffermarsi con uno sguardo non fuggevole, per fare propria e interiorizzare la bellezza che vi si respira. È, quella di Wal, un’esperienza artistica ricca di stimoli e significati: la creatività è anche piacere della fantasia più libera, del gioco senza rigide regole, e si nutre non solo di oggetti moderni, costosi, ma anche del puro desiderio di assemblare, di inventare, di prefigurare ciò cui cose, magari “povere”, anche profondamente diverse, l’una sull’altra innestate, possono dare vita, come capitava nella nostra infanzia quando ci costruivamo i giochi con pezzi di legno e altri materiali.
Chi ci abbia fin qui seguito in questa sommaria descrizione delle opere in mostra si sarà reso conto sia dei motivi prediletti dall’artista (i putti e i gatti) sia dell’atmosfera  dissacrante e di dolce follia che Wal infonde nelle sue opere, sia, infine, delle domande che affiorano al di là dell’ironia e del desiderio di sognare e di stupirsi. Non è affatto casuale questo approdo dell’artista negli ultimi vent’anni: dietro c’è una ricerca originale che fu nel 1980 inserita nel raggruppamento dei “Nuovi-nuovi” tenuto a battesimo da Renato Barilli, assieme a Francesca Alinovi e a Roberto Daolio – e non si tratta di esperienze artistiche isolate, se si pensa a ciò che negli Stati Uniti o nella stessa Europa è venuto dipanandosi negli ultimi decenni. E c’è un modo di guardare la vita che finisce, nella profonda consapevolezza del tragico che ovunque s’annida dietro l’angolo, per ricordarci come, al di là delle ansie e delle più o meno illusorie frenesie in cui tanti sono coinvolti, la vita potrebbe avere il volto del gioco, dell’abbandono al rapporto con la natura, del costruire e del fare. Mentre ci soffermiamo davanti a queste sue opere, che per alcuni mesi sono venute ad abitare Stresa, forse il piacere di guardare la perenne bellezza del luogo si fa più intensa, e l’ironia di Wal ci dischiude le porte su interrogativi e misteri che non sono solo tanto quelli propri di un lago, ma del reale e dell’esistere.

Sandro Parmiggiani



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